di Armando Borrelli
Un anno dopo la semifinale dominata contro l’Arsenal, il volto del Paris Saint-Germain è cambiato molto meno di quanto si potesse immaginare. Eppure, sotto la superficie, la squadra di Luis Enrique appare diversa, più evoluta in alcuni aspetti ma anche più vulnerabile in altri. Se dodici mesi fa i parigini sembravano una macchina quasi impeccabile, capace di controllare ritmo, spazi e momenti della gara con impressionante naturalezza, oggi la sensazione è quella di una formazione ancora devastante offensivamente, ma decisamente meno dominante sul piano dell’equilibrio complessivo. Il cambiamento più evidente riguarda inevitabilmente la porta. L’addio di Donnarumma ha rappresentato uno spartiacque importante, non soltanto per il valore del portiere italiano, ma anche per la leadership e la capacità di incidere nelle notti europee. Inizialmente, il club della capitale aveva individuato in Chevalier il profilo ideale per raccoglierne l’eredità, ma il giovane francese non è mai riuscito realmente a imporsi. Prestazioni altalenanti, qualche errore pesante e una gestione della pressione non sempre convincente hanno spinto Luis Enrique a cambiare rapidamente direzione. La svolta è arrivata con l’esplosione di Safonov. Il portiere russo, inizialmente considerato quasi una soluzione tampone, si è preso progressivamente la titolarità fino a diventare intoccabile. Meno spettacolare rispetto a Donnarumma, ma estremamente affidabile nella gestione dell’area e nel gioco con i piedi, Safonov si è integrato perfettamente nei principi dell’allenatore spagnolo, offrendo sicurezza in costruzione e una continuità che il PSG cercava disperatamente dopo i problemi di inizio stagione. Per il resto, la rosa non ha subito rivoluzioni. Ed è forse proprio questa la forza dei campioni di Francia. Luis Enrique ha avuto la possibilità di lavorare sulla continuità, perfezionando ulteriormente meccanismi offensivi che già nella scorsa stagione apparivano devastanti. Oggi il reparto avanzato dei rossoblù è probabilmente il più ricco e imprevedibile d’Europa. Il semplice fatto che uno tra Kvaratskhelia, Dembélé, Barcola e Doué possa accomodarsi in panchina racconta meglio di qualsiasi dato la profondità qualitativa della squadra parigina. In qualsiasi altro top club del continente sarebbero tutti titolarissimi indiscutibili.
E proprio qui risiede il grande salto compiuto dai francesi. L’attacco del PSG non vive più soltanto di accelerazioni individuali o di talento puro, ma di sincronismi ormai assimilati alla perfezione. Gli interscambi continui, le rotazioni posizionali e la capacità di occupare contemporaneamente ampiezza e corridoi interni rendono la squadra di Luis Enrique quasi impossibile da leggere quando trova ritmo. Il pallone d’oro Dembélé continua a essere il detonatore principale, Kvaratskhelia aggiunge creatività e strappo nell’uno contro uno, Barcola offre profondità costante, mentre Doué porta imprevedibilità e dinamismo negli half spaces. Il risultato è un sistema offensivo fluido, aggressivo e tecnicamente spaventoso. Tuttavia, rispetto alla cavalcata quasi autoritaria della scorsa stagione, qualcosa si è incrinato lungo il percorso domestico. La Ligue 1 conquistata soltanto alla penultima giornata rappresenta una rarità quasi storica per il club parigino. Sei sconfitte in campionato sono un dato che, fino a poco tempo fa, sarebbe sembrato impensabile per una squadra abituata a dominare il torneo nazionale con largo anticipo. Gran parte del merito va attribuita a un sorprendente Lens, capace di trascinare la corsa al titolo fino allo scontro diretto decisivo della penultima giornata, cedendo soltanto nel momento conclusivo della battaglia.
Ma i passi falsi del PSG non sono stati casuali. Molte delle difficoltà emerse durante la stagione hanno evidenziato un problema che continua ad accompagnare la squadra di Luis Enrique: la fragilità difensiva. La linea altissima, l’aggressività esasperata in avanti e la continua ricerca del dominio territoriale espongono inevitabilmente i francesi a transizioni pericolose. Quando il pressing funziona, il Paris sembra ingiocabile; quando invece viene saltato, gli spazi concessi alle spalle della difesa diventano enormi. Il doppio confronto contro il Bayern Monaco è stato emblematico in questo senso. La gara d’andata al Parc des Princes, terminata con un clamoroso 5-4, ha rappresentato quasi un manifesto calcistico della squadra del tecnico spagnolo: spettacolare, feroce offensivamente, ma allo stesso tempo tremendamente vulnerabile quando costretta a rincorrere all’indietro. Una partita elettrica, meravigliosa per neutralità e caos tecnico, molto meno per chi ama controllo e solidità difensiva. Ed è proprio qui che il confronto con l’Arsenal diventa improvvisamente molto più intrigante rispetto a dodici mesi fa. La scorsa stagione il PSG aveva dato l’impressione di poter controllare il doppio confronto quasi con relativa facilità, sfruttando un gap tecnico e soprattutto mentale evidente. Oggi, invece, i londinesi arrivano alla finale con una struttura molto più completa, una maturità differente e soprattutto con armi offensive che possono realmente mettere in difficoltà la linea alta dei francesi. La presenza di un centravanti come Gyökeres rischia di diventare un fattore pesantissimo contro una difesa che ama accorciare aggressivamente e lasciare metri alle proprie spalle. Se nella semifinale del 2025 mancava un vero punto di riferimento offensivo capace di punire quel tipo di atteggiamento, stavolta la situazione appare diversa. L’Arsenal sembra avere finalmente le caratteristiche giuste per colpire le vulnerabilità strutturali dei campioni di Francia. Per questo motivo, la finale della Puskás Aréna dà la sensazione di essere molto più aperta rispetto ai precedenti della passata stagione. Il PSG resta probabilmente la squadra con il potenziale offensivo più devastante del continente e la candidatura al secondo trionfo consecutivo in Champions League è tutt’altro che in discussione. Ma l’impressione è che stavolta non ci sarà alcun senso di superiorità schiacciante. I londinesi sono cresciuti, hanno imparato a soffrire e soprattutto sembrano avere gli strumenti tattici per mettere realmente in crisi i francesi.
