di A. Borrelli
Otto partite di Champions, una sola vittoria. Quella del Como. Quattro sconfitte su quattro nella seconda giornata. E oggi, a Venezia, il Napoli di Allegri ha perso 1-0 contro una squadra che lotta per non retrocedere. La panchina del tecnico toscano è sempre più calda, e non è un caso. È il sintomo di un problema più grande, quasi strutturale, che le italiane si trascinano da troppi anni. Non è questione di sfortuna o di episodi. È questione di linguaggio. E il linguaggio che Inter e Napoli, in particolare, stanno parlando in questa Champions è quello di un calcio che l’Europa ha smesso di premiare da almeno tre decenni.
La difesa a tre e il mito del “siamo solidi“
Inter e Napoli giocano con la difesa a tre. Non è un dettaglio. È una scelta che, in questa Champions League, sta costando carissimo (anche se non vanno dimenticati gli errori dei singoli). La difesa a tre funziona in Serie A, dove molti avversari attaccano in modo prevedibile e dove si può vivere di riaggressione e coperture. In Europa, contro squadre che attaccano con ampiezza, terzi d’attacco tecnici e giocatori capaci di attaccare gli half-spaces, diventa un invito a essere smontati. Gli esterni devono salire, i tre centrali restano scoperti, le distanze si allargano e le transizioni avversarie diventano letali. Il Villarreal lo ha fatto al Napoli. Il Club Brugge lo ha fatto all’Inter. Non è un caso se proprio le due squadre più legate a questo sistema sono quelle a zero punti. Il Napoli di Allegri, poi, è l’esempio più estremo. Approccio difensivista, blocco medio-basso, attesa dell’errore. Un calcio che in Italia può ancora reggere, ma che in Champions appare anacronistico. Contro Arsenal e Villarreal i partenopei hanno concesso tempo, spazio e cross. Oggi a Venezia, contro una squadra di bassa classifica, hanno prodotto un’enormità di tiri e zero gol. Quando non riesci a sfondare nemmeno a Venezia, il problema non è l’avversario. È l’idea di gioco.
La Roma e Gasperini: la dimostrazione che il modulo può funzionare (se non crolli)
Anche la Roma gioca con la difesa a tre. E qui il discorso si fa più interessante. Gasperini ha dimostrato, ancora una volta, di saper rendere questo modulo offensivo, aggressivo e moderno. All’Olimpico contro il Real Madrid la squadra ha iniziato benissimo: pressing alto, verticalità, qualità nelle rifiniture, doppietta di Malen e vantaggio per 3-1. Per un’ora è stata una prestazione di livello europeo, con un’idea di gioco chiara e propositiva. Poi, però, è arrivato il blackout. Tre gol subiti in sette minuti, tutti su sviluppi di calcio d’angolo. Un collasso mentale e organizzativo che ha trasformato una vittoria praticamente fatta in una sconfitta quasi umiliante. È il punto debole che le italiane non riescono a eliminare: la capacità di gestire i finali, di restare lucidi quando la partita sembra chiusa, di non far trasmettere il panico da un giocatore all’altro. Gasperini sa far performare la difesa a tre in chiave offensiva meglio di chiunque altro in Italia. Il problema non è il modulo in sé. Il problema è che, quando arriva il momento decisivo, qualcosa si spezza. E in Champions League i blackout si pagano carissimi.
La fragilità mentale: il vero tallone d’Achille
Appunto, l’altro aspetto, forse ancora più grave, che le italiane non riescono a scollarsi di dosso: la fragilità mentale nei momenti decisivi.
Il 5-0 del Paris SG all’Inter in finale non è stato solo una sconfitta. È stato un collasso. Una squadra che era arrivata in fondo con solidità e organizzazione si è letteralmente sciolta quando ha dovuto affrontare un avversario superiore per qualità e intensità. Non è stata una questione di moduli: è stata una questione di testa. Quando il livello sale e la pressione diventa asfissiante, qualcosa si spezza. In Europa i dettagli mentali fanno la differenza quanto quelli tattici. Le squadre che vincono sanno soffrire senza perdere lucidità, sanno chiudere le partite, sanno non regalare gol banali quando il risultato è a favore. Le italiane, troppo spesso, fanno esattamente il contrario.
Trent’anni di storia dicono la stessa cosa
Guardate chi ha vinto la Champions negli ultimi trent’anni. Quasi mai squadre costruite sul “difendi e riparti”. Quasi mai difese a tre pure e reattive. Hanno vinto il Barcellona di Guardiola e del tiki-taka, il Real Madrid in tutte le sue declinazioni (anche quelle più pragmatiche di Ancelotti restano basate su qualità tecnica superiore e gestione dei momenti), il Bayern di Flick con un pressing asfissiante, il Manchester City di Guardiola (evoluzione del già citato Barcellona, meno fronzoli e un centravanti, e che centravanti, in più), il Liverpool di Klopp. Anche il Chelsea di Tuchel, che usava una difesa a tre, non era una squadra da contropiede: era strutturata, aggressiva in possesso, capace di monopolizzare le zone di rifinitura. Le squadre che hanno basato tutto su solidità difensiva e contropiede hanno quasi sempre trovato il tetto. L’Atletico di Simeone ha fatto miracoli, ma non ha mai alzato la coppa. La Juventus di Allegri è arrivata due volte in finale e le ha perse entrambe. L’Inter di Conte e Inzaghi è arrivata in fondo e ha perso. Il pattern è chiaro: in Europa, da tre decenni a questa parte, vince chi propone un calcio di livello qualitativo alto, chi pressa, chi monopolizza il possesso o chi almeno è capace di imporsi con intensità e verticalità. Non chi aspetta. E non chi, nel momento decisivo, si spezza.
Non è solo un problema di moduli
Il problema italiano va oltre il 3-5-2 o il 3-4-2-1. È un problema di cultura tattica e mentalità.
Troppe squadre italiane arrivano in Champions con l’idea che “se stiamo compatti e non prendiamo gol, qualcosa capita”. È un’illusione. Le migliori europee non ti concedono di stare compatti: ti obbligano a salire, ti attaccano gli spazi, ti costringono a prendere decisioni rapide sotto pressione. Chi non ha giocatori e idee per farlo, soccombe. Il Como, per ora, è l’unica eccezione. Ha vinto col Lipsia proponendo qualcosa di più moderno e propositivo. Poi ha perso a Rotterdam, ma almeno ha mostrato un’intenzione diversa. Gasperini, con la Roma, ha dimostrato che la difesa a tre può essere offensiva e competitiva anche contro il Real Madrid. Ma i blackout restano inaccettabili. Finché le italiane continueranno a coltivare l’idea che in Europa si possa ancora vincere difendendo, aspettando e sperando di non crollare nei momenti chiave, continueranno a raccogliere delusioni. La Champions League, da trent’anni, premia chi ha il coraggio di proporre e la testa per reggere. Non chi ha solo la paura di concedere.
