di Armando Borrelli
Negarlo sarebbe poco realistico: il calcio italiano sta attraversando una fase di crisi strutturale. Non si tratta di risultati episodici, ma di un trend consolidato che coinvolge sia i club — sempre meno competitivi in Europa — sia la Nazionale Italiana, arrivata alla terza mancata qualificazione consecutiva ai Mondiali. Un segnale che va ben oltre la semplice contingenza tecnica. Bisogna avere il coraggio di chiamare le cose con il proprio nome: quello che stiamo osservando non è un ciclo sfortunato, ma il fallimento totale di una classe dirigente che ha trasformato il “campionato più bello del mondo” in un museo polveroso, dove si lucida l’argenteria del passato mentre il tetto crolla sopra le teste dei presenti. La scusa del “gap economico” con la Premier League è diventata il paravento dietro cui nascondere una pigrizia intellettuale imbarazzante. Se fosse solo una questione di soldi, non si spiegherebbe come la Ligue 1 continui a sfornare campioni generazionali o come lo Sporting Lisbona riesca a umiliare avversari con budget tripli grazie a un’efficienza nello scouting che in Italia è un miraggio. La verità è che la Serie A è rimasta prigioniera di un modello “padronale” e provinciale, dove i club vengono gestiti per inerzia o per necessità di bilancio, trasformando il calciomercato in una fiera delle plusvalenze fittizie e dei prestiti con diritto di riscatto, mentre all’estero si costruiscono aziende trasversali e brand globali. Siamo diventati una lega di seconda fascia che si ostina a darsi arie da nobile decaduta, strapagando gregari stranieri a fine carriera solo perché “conoscono il campionato”, mentre i nostri talenti appassiscono in panchina o vengono svenduti all’estero per far quadrare i conti. Questa povertà di visione si riflette in un campo dove il ritmo è diventato soporifero e la tattica, un tempo nostro vanto, si è trasformata in un labirinto di prudenza e paura. Mentre il calcio moderno viaggia a velocità supersoniche, basandosi su atletismo, intensità e coraggio individuale, l’Italia resta ancorata a una difesa del territorio quasi ideologica che, non appena varca i confini nazionali, viene travolta dalla furia del Bayern o peggio ancora si fanno pessime figure come contro il Bodø/Glimt. È un cortocircuito culturale: pretendiamo di competere con i giganti giocando un calcio antico in stadi che cadono a pezzi, ostaggi di una burocrazia che serve da alibi perfetto per non investire un solo euro in infrastrutture che non siano di proprietà pubblica. In Germania e Spagna gli stadi sono motori finanziari; in Italia sono zavorre che mangiano risorse e allontanano le famiglie, rendendo il nostro prodotto televisivo sbiadito e poco appetibile per i mercati internazionali. Uscire da questo baratro richiede una terapia d’urto che faccia piazza pulita del conservatorismo imperante. La ripartenza non può che passare per una riforma brutale dei campionati, riducendo drasticamente il numero di squadre professionistiche per concentrare le risorse e innalzare la qualità di un torneo oggi annacquato da troppe comparse. Serve l’obbligo di destinare quote fisse dei ricavi esclusivamente ai centri di formazione giovanile, imponendo parametri di minutaggio reale per i talenti locali che vadano oltre le ipocrite liste UEFA. Ma soprattutto, occorre una legge speciale sull’impiantistica che tolga il potere di veto ai comuni, permettendo ai club di diventare proprietari del proprio destino economico. Solo smettendo di vivere di rendita su successi che i ragazzi nati nel nuovo millennio conoscono solo dai racconti dei nonni, potremo sperare di tornare a essere protagonisti di una Champions League che, per ora, ci vede solo come comparse di lusso destinate all’eliminazione.
